top of page

4 fabbriche abbandonate in Lombardia

8 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

La Lombardia è una delle regioni italiane con la più forte tradizione industriale. Fabbriche, filande, acciaierie, cementifici e stabilimenti produttivi hanno profondamente modificato il paesaggio lombardo tra Ottocento e Novecento.


Con la trasformazione dell'economia e la chiusura di numerosi stabilimenti, molti di questi edifici sono rimasti inutilizzati. Alcuni sono stati demoliti o trasformati, mentre altri sono ancora presenti e conservano le caratteristiche dell'epoca in cui erano in funzione.


In questo articolo vediamo 4 fabbriche e complessi industriali abbandonati in Lombardia, scelti per la loro storia e soprattutto per la presenza ancora riconoscibile delle strutture originali.


In questo articolo



Ex Cementificio Italcementi – Alzano Lombardo


Tra i complessi industriali abbandonati più interessanti della Lombardia troviamo l'ex Cementificio Italcementi di Alzano Lombardo, in provincia di Bergamo.


La sua storia comincia nel 1883, quando l'ingegnere Cesare Pesenti ordinò la costruzione del cementificio ad Alzano Sopra. La posizione non era casuale: l'impianto si trovava in una zona particolarmente favorevole per l'attività produttiva, vicina ad altri stabilimenti, alle infrastrutture ferroviarie della Valle Seriana e alle fonti di energia necessarie alla produzione.


Nel corso dei decenni il complesso venne progressivamente ampliato e modificato. Tra il 1883 e il 1909 furono realizzati numerosi interventi per adattare gli impianti all'evoluzione della produzione del cemento.


La struttura principale era composta da diversi reparti, tra cui quello destinato ai forni e quello per la macinazione del cemento Portland.


Il progresso tecnologico, però, rese progressivamente obsolete alcune parti dello stabilimento.


Nel 1966 venne sospesa la produzione del cemento, mentre l'impianto continuò ancora per alcuni anni a essere utilizzato per la macinazione. La chiusura definitiva arrivò nel 1971.

Da quel momento iniziò una nuova fase della storia del complesso.


L'ex cementificio è ancora oggi una presenza imponente nel paesaggio di Alzano Lombardo. La struttura è sottoposta a tutela dal 1980 e il Ministero della Cultura la classifica come bene di proprietà privata con uno stato di conservazione pessimo.


Il suo interesse non deriva quindi soltanto dall'aspetto decadente.


L'edificio rappresenta una testimonianza concreta della rivoluzione industriale della Valle Seriana, un territorio nel quale cemento, tessile e produzione manifatturiera hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo economico locale.



Ex Centrale Termica Ticosa – Como


Nel territorio di Como si trova un altro grande esempio di archeologia industriale: l'ex Centrale Termica della Ticosa, conosciuta anche come S. Arella.


Il complesso apparteneva alla TICOSA, una delle realtà industriali più importanti della storia moderna di Como.

L'attività produttiva dell'insediamento si sviluppò a partire dai primi anni del Novecento lungo il corso del torrente Cosia. Nel corso degli anni Venti l'azienda acquisì ulteriori terreni e il complesso continuò a svilupparsi attraverso diversi edifici e reparti.


La crisi arrivò verso la metà degli anni Settanta.

L'attività produttiva entrò in una fase irreversibile di difficoltà e l'intero insediamento venne progressivamente dismesso. Nei primi anni Ottanta l'area passò alla pubblica amministrazione.


Da quel momento vennero ipotizzate diverse possibilità di riqualificazione, ma per decenni nessuna delle destinazioni previste riuscì a trasformarsi in un utilizzo stabile dell'edificio.


Il risultato è un grande complesso industriale ancora presente, ma inutilizzato.


Il cosiddetto Corpo C, che costituisce la parte principale della centrale, ha una caratteristica forma a C. È composto da tre corpi di fabbrica: due sviluppati su tre piani e uno centrale che raggiunge quattro piani fuori terra. All'interno sono ancora leggibili la struttura industriale, i pilastri, i corpi scala e gli spazi originariamente destinati alle attività produttive.


Le facciate presentano ancora elementi architettonici tipici dell'edilizia industriale del periodo, come lesene, fasce marcapiano e cornici.


Il Ministero della Cultura indica oggi l'edificio come completamente abbandonato, con significativi segni di degrado e uno stato di conservazione pessimo. Il bene è inoltre sottoposto a tutela.


È uno di quei luoghi nei quali il fascino urbex nasce soprattutto dalla dimensione dell'edificio: grandi ambienti vuoti, strutture multipiano e una storia industriale strettamente legata alla città di Como.



Palazzina dei Chimici dell'ex Acciaieria Redaelli – Milano


Non sempre una fabbrica abbandonata deve essere un enorme stabilimento.


Un esempio interessante è la Palazzina dei Chimici dell'ex Acciaieria Redaelli, nella zona di Rogoredo a Milano.

La sua storia è legata alle Ferriere Redaelli, uno dei grandi complessi siderurgici sviluppatisi tra la fine dell'Ottocento e il Novecento.


La maggior parte degli edifici industriali dell'area è stata demolita alla fine degli anni Ottanta. La palazzina dei chimici rappresenta però una delle poche testimonianze architettoniche ancora esistenti dell'antico comparto produttivo.


Ed è proprio questo a renderla particolare.

L'edificio venne progettato nel 1941-42 dall'architetto Griffini come laboratorio sperimentale. La struttura si sviluppa su due piani e presenta una caratteristica pianta semicircolare.


Al centro si trova la sala prove a doppia altezza, organizzata in asse con l'ingresso principale. Ai lati erano presenti laboratori, uffici e locali di servizio, collegati da un corridoio centrale.


Anche la facciata è molto riconoscibile, con la struttura scandita regolarmente dalle aperture e dall'intelaiatura architettonica.


La particolarità di questo edificio è quindi diversa rispetto al grande cementificio di Alzano o alla Ticosa.

Qui non troviamo un'intera fabbrica ancora conservata, ma l'ultimo edificio superstite di un grande comparto industriale scomparso.


È una situazione particolarmente interessante dal punto di vista dell'archeologia industriale: la palazzina è diventata una sorta di memoria fisica delle Ferriere Redaelli, mentre tutto ciò che la circondava è progressivamente scomparso.



Ex Filanda Fumagalli e Ottolina – Sulbiate


A Sulbiate, in provincia di Monza e Brianza, troviamo un'altra tipologia di archeologia industriale: una vecchia filanda legata alla lavorazione della seta.


Il complesso della filanda Fumagalli e Ottolina venne realizzato nel corso degli anni Venti del Novecento, quando l'industria della seta rappresentava ancora una componente importante dell'economia locale.


L'impianto aveva una struttura particolarmente interessante.

Il corpo principale della filanda si sviluppava longitudinalmente ed era caratterizzato da una lunga facciata in laterizio a vista, scandita da quindici campate e grandi finestre ad arco. Accanto alla parte produttiva era presente anche un edificio padronale di due piani, architettonicamente distinto dalla fabbrica e caratterizzato da elementi decorativi.


La filanda rimase attiva fino alla metà del Novecento.

Successivamente il complesso venne adattato ad altre funzioni, tra cui un laboratorio commerciale per la vendita di fiori secchi. Negli ultimi decenni del Novecento iniziò però il progressivo abbandono delle attività all'interno del lungo fabbricato.


Oggi l'edificio è ancora riconoscibile e conserva buona parte dei suoi caratteri architettonici originali.


La situazione è però diversa da quella delle grandi fabbriche completamente abbandonate: il complesso è di proprietà pubblica e nel tempo sono stati elaborati progetti per il suo recupero e la sua valorizzazione.


Questo aspetto è importante perché dimostra che un edificio industriale dismesso non è necessariamente destinato a rimanere abbandonato per sempre.


La filanda di Sulbiate è infatti un esempio di patrimonio industriale che può essere trasformato e riportato a una nuova funzione senza cancellarne la storia.



Perché le fabbriche vengono abbandonate?


L'abbandono delle fabbriche lombarde è strettamente legato alla trasformazione dell'economia.


Per gran parte dell'Ottocento e del Novecento, molti territori della regione erano organizzati attorno a grandi stabilimenti industriali.


Tessile, siderurgia, produzione del cemento, meccanica e lavorazione agricola davano lavoro a migliaia di persone e determinavano la crescita di interi quartieri e comuni.

Con il passare del tempo, però, molti stabilimenti hanno iniziato a diventare economicamente poco competitivi.

In alcuni casi la produzione è stata trasferita altrove. In altri, gli impianti sono diventati tecnologicamente obsoleti oppure troppo grandi e costosi da mantenere. La conseguenza è stata la dismissione.


Il problema è che una fabbrica non è una semplice costruzione: spesso occupa aree enormi e comprende numerosi edifici, impianti e infrastrutture. Demolirla o riconvertirla può quindi essere un'operazione molto complessa. Inoltre, molti stabilimenti storici sono oggi sottoposti a tutela.


Questo significa che la loro eventuale trasformazione deve tenere conto anche del loro valore storico e architettonico.

È così che nascono molte delle grandi aree di archeologia industriale che ancora oggi caratterizzano il paesaggio lombardo.



Conclusioni


Le fabbriche abbandonate raccontano forse meglio di qualsiasi altra categoria il cambiamento economico della Lombardia.


L'ex Cementificio Italcementi testimonia la crescita industriale della Valle Seriana. La Ticosa racconta invece la storia industriale di Como e la difficoltà di dare una nuova funzione a un grande complesso dismesso.


La Palazzina dei Chimici conserva la memoria di un'intera acciaieria ormai scomparsa, mentre la Filanda Fumagalli e Ottolina rappresenta il passato tessile della Brianza.

Questi luoghi hanno una caratteristica comune: non sono semplicemente edifici vuoti.


Sono pezzi di storia industriale ancora visibili nel territorio, strutture che permettono di capire come sono cambiati il lavoro, la produzione e le città lombarde.

Ed è proprio questo che rende l'archeologia industriale particolarmente interessante per l'urbex: dietro una fabbrica abbandonata non ci sono soltanto stanze vuote e muri deteriorati, ma decenni di lavoro, innovazione e trasformazioni economiche.


Nota: l'abbandono di un edificio non significa che sia liberamente accessibile. Alcune delle strutture citate sono recintate, pericolanti, private o sottoposte a tutela. L'articolo ha finalità informative e storiche e non fornisce indicazioni per l'accesso non autorizzato.

Commenti


bottom of page